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Editoriale Arco n. 5/2018

Dopo la prima freccia

Chi di voi non ricorda l’emozione della prima freccia scoccata? Un’emozione unica ed irripetibile. Qualcuno lo avrà fatto con un po’ di timore: possono di sicuro fare questo effetto l’arco che si tende, la percezione della sua forza ancora non spriogionata e l’incognita sulla sensazione che si proverà lasciando andare la prima freccia. I più impavidi saranno invece stati catturati solo dalla bellezza di questo gesto atavico, dallo spirito del gioco, dall’attenzione alla mira, dal divertimento e dalla voglia di tirare ancora. Tra questi due estremi tante sono le sfumature, tutte però intrise di un sentire comune ed inaspettato: la meraviglia e lo stupore, per l’alchimia che si crea tra uomo e arco, per la bellezza del volo della nostra freccia. Il tiro con l’arco, più di altri, è uno sport che visto dall’esterno non dà l’idea di ciò che si prova nel praticarlo: è difficile immaginare cosa viva l’arciere nel compiere il suo gesto, quale sia la sua percezione, difficile capire le sensazioni muscolari, persino la fatica, visto che dall’esterno sembra uno sport statico, e ancor più difficile è comprendere cosa passa nella mente dell’arciere, prima, durante e dopo il volo della freccia, dietro al quale c’è un lavoro tecnico e mentale anch’esso poco intuibile da occhi profani. Il tiro con l’arco è una disciplina che si disvela lentamente, gelosa dei suoi segreti, rivelati solo con la pratica e al momento giusto, che per ogni persona è diverso. È per tutti questi motivi che risulta anche uno sport estremamente difficile da insegnare. Dopo la prima freccia, dopo la meraviglia, scatta nell’arciere la voglia di imparare, migliorare, capire. È fondamentale, a quel punto, che il neofita incontri sulla sua strada un istruttore che lo sappia guidare. Ho sempre pensato che l’apprendimento del tiro con l’arco sia simile a quello di una lingua: all’inizio segue una crescita esponenziale, poi, raggiunta una certa soglia, la crescita rallenta ed i progressi arrivano a piccoli passi. E proprio come accade per l’apprendimento di una lingua, durante il primo periodo, quello della crescita esponenziale, è essenziale non solo imparare, ma anche non assimilare degli errori, che una volta terminata questa fase saranno estremamente difficili da eradicare. Apprendere una postura errata, non eseguire sufficientemente la back tension, stringere troppo l’arco - solo per citare alcuni degli errori più comuni, magari praticati per degli anni in cui si è convinti di allenarsi - significa rallentare il proprio percorso di crescita, a volte trovarsi costretti a ripartire dalle basi, spesso tirare senza divertirsi. Nel tiro con l’arco i primi passi sono i più importanti, sono le fondamenta sulle quali il neofita costruirà il suo gesto ed in quest’ottica l’istruttore di base è chiamato ad un lavoro di grande responsabilità, che riveste un ruolo di assoluta importanza per l’intero movimento arcieristico, sia per la possibilità di avviare l’arciere verso uno standard elevato, sia per evitare che il neofita, sconfortato, abbandoni il tiro con l’arco perché senza i mezzi adatti a trarre da esso soddisfazione. E considerato il turnover di arcieri che caratterizza il nostro mondo la seconda questione non è certo secondaria. Per tutti questi motivi proponiamo, nella rubrica Coaching di Vincenzo Scaramuzza, una serie di consigli rivolti ai tecnici dei corsi base, tracciando un percorso che ci accompagnerà ancora per molti mesi. Buon insegnamento e buon apprendimento a tutti!

Valeria Bellagamba

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