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Editoriale "Caccia&Tiro" n. 09/2017

Quale rapporto con l’ambiente?

Anche dalle cronache di questi mesi è emersa una problematica 
molto rilevante nel nostro Paese: l’incapacità di trovare un rapporto equilibrato, coerente, rispettoso ma realistico, con animali e natura.

Leggendo le cronache di questi mesi estivi, dalla richiesta di parte del mondo ambientalista di posticipare l’apertura della caccia, a causa di incendi e siccità, alle polemiche scatenate dall’abbattimento dell’orsa KJ2, salta agli occhi una problematica che in Italia è molto rilevante: l’incapacità di trovare un rapporto equilibrato, coerente, con animali e natura; l’incapacità dei singoli cittadini, condizionati dalla ridondanza di alcune informazioni e dalla totale assenza di altre, di mantenere un atteggiamento di equilibrio, rispettoso ma realistico, nei confronti di fauna e ambiente. Gran parte delle persone ha perso il contatto con la natura, unicamente relegata nell’ambito della distrazione e del piacere, frequentata come può esserlo in occasione di una vacanza in montagna, gli animali conosciuti come si può conoscere un animale domestico che vive in appartamento. L’alienazione dalla natura, in tutte le sue forme, anche le più spietate, è tale da trasparire ormai anche nel mondo dell’informazione, che altro non è se non lo specchio dei nostri tempi. E allora troviamo la signora che rinuncia alle vacanze in Trentino perché scandalizzata dall’uccisione dell’orsa KJ2 o dissertazioni su chi, tra l’orso e l’uomo, abbia fatto il primo errore. E non è la prima volta che, in occasione di un uomo aggredito da un animale, si assiste a questa sorta di processo sulle presunte “colpe”. La riflessione, da più parti, è che dobbiamo imparare a convivere con gli animali, con cinghiali, orsi, lupi, caprioli... E sin qui, nulla da eccepire. D’altronde se la presenza di questi selvatici è aumentata, in molti casi è anche grazie a veri e propri progetti di reintroduzione, a pratiche di buona gestione. Il punto è un altro: come fare? Come convivere con specie in forte aumento o sempre più vicine ai territori antropizzati? Oggi ci troviamo con un patrimonio faunistico che per alcune specie è in forte crescita e la sensazione è che spesso non si abbia idea di come gestirlo. La questione è cruciale, eppure non c’è una direzione univoca e condivisa su questo tema. Riguardo al rapporto con animali e natura la nostra società è indecisa, frammentata, a tratti schizofrenica. Ci sono gli ambientalisti che chiedono di sospendere la caccia a causa degli incendi e della siccità; quelli che nemmeno di fronte all’evidenza cederebbero un solo capo da prelevare ai cacciatori, nemmeno in caso di necessità, perché le operazioni di contenimento non devono essere un “regalo alle lobby dei cacciatori”. C’è il mondo agricolo, che chiede a gran voce di essere aiutato, che chiede l’intervento dei cacciatori per ridurre la pressione della fauna selvatica sulle colture, e c’è quello degli allevatori, sempre più in difficoltà a causa dei danni provocati al bestiame dai predatori. E ancora ci sono le Regioni, che lo scorso 22 giugno hanno inviato al Governo la richiesta di introdurre una modifica all’articolo 19 della Legge 157/92 chiedendo, in sostanza, che gli interventi sulla fauna - in caso di conflittualità tra presenza umana e animale o in caso di emergenza - possano essere svolti anche dai cacciatori. Attualmente, secondo quanto riportato dall’articolo 19, tali attività possono essere svolte, durante l’anno, solo da agenti della polizia provinciale, delle guardie comunali e degli agenti del Corpo Forestale dello Stato. Il fatto è che le Regioni sono in difficoltà, visto che il Governo ha soppresso gran parte delle polizie provinciali e assorbito il Corpo Forestale nei Carabinieri. Anche in questo caso, per parte delle associazioni ambientaliste, il problema non è l’evidente mancanza di presidio sul territorio causata dalle recenti scelte del Governo, ma l’apertura di questo ambito “all’ingresso degli interessi privati dei cacciatori”. Sfugge la logica che il nostro Paese sta seguendo, a tutti i livelli, nel gestire il rapporto uomo-natura e a volte si ha l’impressione che la tutela dell’apparenza sia ben più importante della tutela della natura. I fatti, quelli che contano, quelli evidenti, sono che il territorio italiano non è sufficientemente presidiato, che in questi anni sono state ridotte le risorse in questo senso e che alcune specie sono in forte incremento, causando problemi evidenti e crescenti alle attività umane. Dove non c’è presidio ci sono danni, di varia entità e genere, dove non c’è tutela della attività antropiche esse scompaiono e il rischio che vengano abbandonate altre parti del nostro territorio è alto. Di fronte ad un problema la cosa peggiore che si possa fare è non scegliere ed è esattamente ciò che accade ormai da troppo tempo nel nostro Paese, dove i legislatori e gli amministratori di turno hanno spesso operato scelte volte a non scontentare nessuno e per questo poco incisive. Eppure una strada per uscire da questa impasse ci sarebbe: è quella della scienza, una strada percorsa già da tempo dai cacciatori, l’unica sulla quale tutti si potrebbero ritrovare, per camminare insieme, verso un ambientalismo realistico e consapevole.

Valeria Bellagamba

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