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Editoriale "Caccia&Tiro" n. 05/2017

Inaspettata caccia

È quella raccontata 
da Luca Iaccarino, 
autore di un reportage 
sulle cacciatrici pubblicato sul settimanale femminile 
“D la Repubblica”. 
Insolito il luogo e ammirevole l’equilibrio con cui è stato trattato un tema da sempre ostico per i non addetti 
ai lavori.

“Non ci sono riusciti gli uomini, ci riusciranno forse le donne a far capire agli italiani che la caccia non è appannaggio esclusivo di bruti assetati di dominio, bracconieri che trucidano cinghiali per venderli sottobanco, soldati di un’assurda guerra contro la natura. Grazie al cielo c’è una caccia moderna, che lavora di concerto con gli ATC - gli Ambiti Territoriali di Caccia - che ‘preleva’ (sì: usano questo verbo, un po’ come in Blade Runner si diceva ‘ritirare’ i replicanti) solo gli animali che produrrebbero uno squilibrio ambientale: in genere, la popolazione selvatica cresce del 30% annuo, dunque viene consentito agli hunter di catturarne una quota inferiore con regole ferree”. Queste frasi, così chiare, equilibrate, prive di demagogia e ricche di informazioni utili, non le abbiamo lette su una rivista di settore ma sul settimanale “D la Repubblica” dello scorso 22 aprile. Il supplemento de “La Repubblica” si rivolge all’universo femminile, cercando di coglierne le varie sfaccettature e così, tra articoli di attualità, cultura e spettacolo, tra una pubblicità di profumi ed una di abbigliamento, ecco che spunta il reportage di Luca Iaccarino dal titolo “Caccia Piccola”. Abbiamo iniziato la lettura, davvero inaspettata, con molta curiosità, sicuramente con stupore, finché le parole del collega ci hanno proiettato verso un futuro possibile dell’informazione sulla caccia, facendoci dimenticare i neppure tanto lontani attacchi mediatici, pieni di informazioni parziali e pregiudizi. Nell’articolo si trova il coraggio di dare voce alla caccia vera, quella raccontata da Giulia Taboga, Elisa Mambelli, Patrizia Cimberio, tre donne che vivono la loro passione con grande forza ed equilibrio, sottolineando, come fa Giulia, il rapporto di grande rispetto che le lega alla natura: “Si tratta di tradizioni, di istinti, di stile di vita, di etica. E pure di rispetto verso la natura: la caccia è anche conservazione e gestione del patrimonio faunistico ambientale. I cacciatori responsabili, come me, si impegnano a svolgere attenti censimenti per poter attuare i piani di abbattimento e mantenere il numero giusto di animali presenti su un territorio, limitando i danni all’agricoltura e gli incidenti stradali. Viceversa, dove certe specie sono in calo ci preoccupiamo di reintrodurle”.
E lo stesso giornalista fa delle riflessioni che sorprendono per la loro lucidità ed anche per il coraggio dell’onestà intellettuale che dimostrano: “È forse anti-intuitivo - nel senso che la pratica venatoria evoca un immaginario cruento - ma razionalmente la caccia praticata correttamente è il modo più fair di procurarsi la carne più salubre: l’animale vive libero tutta la propria vita - non chiuso in un allevamento e imbottito di chimica - e, se il cacciatore è capace, lo finisce con un colpo secco”. Iaccarino, attraverso le parole di Michele Milani, non tralascia proprio nulla ed affronta anche il tema della carne di selvaggina, poco sfruttata in Italia, soprattutto per la mancanza di una filiera efficace che valorizzi appieno questa risorsa, come sarebbe opportuno: “In Italia viviamo il paradosso per cui nei ristoranti la selvaggina o viene dall’estero o è d’allevamento, quando le nostre colline sono piene di bestie”. Anche l’altra faccia della medaglia è ben rappresentata. Sono le stesse praticanti ad affrontare l’argomento: come accade in diversi ambiti, anche nell’attività venatoria ci sono le “mele marce”, che però non devono creare pregiudizi nei confronti dell’intera categoria, impegnata invece nella gestione di fauna e ambiente, praticante un prelievo consapevole e rispettoso delle regole. Leggendo questo articolo ci è sembrato di essere cittadini di un qualche paese Mitteleuropeo, dove la caccia è considerata una risorsa e viene raccontata senza distorsioni. Leggerne poi in un settimanale come “D la Repubblica” per un attimo l’ha fatta diventare quasi “cool”. E ci ha spiazzato, nel senso buono del termine, anche la conclusione di Iaccarino: “Certo si può pensare che non si debba mangiare carne e che nulla debba morire per alimentarci. Ma se ne si ammette il consumo, davvero è preferibile alla caccia un’esistenza da schiavi da macello?”.
Va da sé: non saremo certo noi a dargli torto!

Valeria Bellagamba

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