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Editoriale Caccia&Tiro n. 11/2018

Un destino da costruire

Dagli scienziati dell’Ipcc l’allarme sul riscaldamento globale: poco tempo per invertire la rotta e la necessità di cambiare in maniera radicale il presente, per salvaguardare il nostro futuro.

Recentemente si è parlato molto di global warming, un tema di assoluta attualità anche per il mondo venatorio, considerate le disastrose conseguenze che l’innalzamento della temperatura globale potrebbe avere anche su fauna e ambiente.
Sono decenni che si parla di riscaldamento globale, tra polemiche, dubbi, paura, perplessità e tanta disinformazione, in un mondo dove, grazie ai social e al web, l’opinione dell’esperto e dell’incompetente rischiano di avere la stessa potenza mediatica.
Vogliamo allora riservare questo spazio, come già fatto molte altre volte, alla scienza, quella disciplina basata su dati, ricerca, ragione e competenza, per parlare del “Rapporto speciale sul Riscaldamento Globale di 1,5°C”, presentato a inizio ottobre dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change - Ipcc).
Nel farlo spendiamo qualche parola per definire l’autorevolezza di un organo come l’Ipcc, dicendo che si tratta di un gruppo di scienziati costituito per studiare gli effetti del riscaldamento globale e che è formato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) e dal Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep). Il Gruppo intergovernativo è stato incaricato di condurre uno studio sugli effetti che avrebbe contenere l’innalzamento della temperatura globale entro 1,5°C, rispetto ai valori dell’era preindustriale, confrontandolo anche con un innalzamento entro i 2°C, obiettivo inizialmente fissato dagli Accordi di Parigi. Gli scienziati, presentando il Rapporto, hanno lanciato un allarme chiaro e che non lascia spazio a molte interpretazioni: sono necessarie misure eccezionali per invertire la tendenza del riscaldamento globale, le cui conseguenze sarebbero carestie, siccità, fenomeni climatici estremi, disastri ambientali in terra e in mare. Disastri quantificabili in 54 miliardi di dollari.
I limiti entro i quali l’uomo potrà agire rappresentano il chiaro segno dell’emergenza. Per invertire la rotta e rimanere entro 1,5°C l’umanità ha mezzo grado di margine, visto che abbiamo già raggiunto l’aumento di 1°C. Altro limite definito dagli scienziati è il tempo: mantenendo questo livello di emissioni gli 1,5°C verrebbero già superati nel 2040 ed entro la fine del secolo si arriverebbe a 3°C. Nello studio si è anche valutata la differenza tra 1,5°C di aumento e 2. Per noi, persone comuni e non certo scienziati, mezzo grado potrebbe sembrare poco, ma a livello globale farebbe una differenza enorme. Entro il 2100 con un riscaldamento globale di 1,5°C rispetto a 2°C l’innalzamento del livello del mare sarebbe più basso di 10 cm e la probabilità che il Mar Glaciale Artico rimanga in estate senza ghiaccio marino sarebbe una in un secolo invece di una ogni decennio. Mezzo grado farebbe la differenza tra la sopravvivenza o meno della barriere coralline (diminuirebbero del 70-90% con un riscaldamento globale di 1,5°C, mentre con 2°C se ne perderebbe praticamente la totalità, più del 99%). Mezzo grado significherebbe esporre o no 420 milioni di persone in più a ondate di siccità e 10 milioni in più alle inondazioni. Citiamo questi esempi solo per avvicinarci, speriamo solo con l’immaginazione, a quello che si dipinge come un vero e proprio scenario apocalittico. Aggiungiamo anche un’altra considerazione: la natura, anche questa volta, ha dimostrato di essere imprevedibile, un sistema troppo complesso per poter affrontare la questione con ottimismo, visto che l’Accordo di Parigi di appena 3 anni fa si basava su dati che già oggi sono stati smentiti da questo Rapporto.
Fortunatamente la scienza non definisce solo il problema, ma propone anche le soluzioni, i percorsi possibili, che in questo caso sono: cambiamenti rapidi in molti settori quali suolo, energia, industria, edilizia, trasporti e pianificazione urbana; riduzione entro il 2030 di circa il 45% delle emissioni di CO2 prodotte dall’attività umana rispetto ai livelli del 2010, raggiungendo lo zero intorno al 2050; abbandono del carbone come fonte elettrica; crescita della quota di rinnovabili dal 20 al 67%; maggior utilizzo di tecniche di rimozione della CO2. Secondo gli scienziati, quindi, è possibile limitare il riscaldamento a 1,5°C, ma ad un’unica condizione: apportando cambiamenti senza precedenti, cambiamenti condivisi da tutti i Governi e da tutti i cittadini. Proiettando tutto questo nel settore venatorio ci sono domande alle quali oggi è difficile rispondere: che effetto avrà l’aumento della temperatura globale sulla fauna selvatica, sulle sue abitudini, alimentazione, rischi ai quali sarà esposta? Come cambieranno gli habitat? Di fronte ad una simile emergenza riuscirà il mondo venatorio a scongiurare gli inevitabili attacchi da parte dell’estremismo ambientalista? Le polemiche sulla caccia, legate agli episodi di incendi e siccità di questi anni, potrebbero essere un assaggio di futuro.
Proiezioni impossibili, domande difficili, ma sicuramente un destino ancora tutto da costruire, anche per i cacciatori.

Valeria Bellagamba

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