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CACCIA&TIRO n. 02/2019

Lo scorso gennaio sull’autostrada A1 tra Lodi e Casalpusterlengo un branco di cinghiali ha attraversato la carreggiata, provocando un tamponamento a catena che ha causato la morte di un giovane di 28 anni e il ferimento di una decina di persone. Molti gli interventi a seguito della tragedia. Iniziamo con quello del Wwf che denuncia la mancata manutenzione della recinzione, che dovrebbe impedire ai selvatici di accedere alle carreggiate autostradali, ma che contiene anche un ingrediente che potremmo definire ormai classico: “Questa tragedia non può diventare il pretesto per richiedere interventi ‘straordinari’ per il controllo delle popolazioni del cinghiale nel nostro paese, la cui proliferazione è risultato di una pessima gestione faunistico - venatoria condizionata da precisi interessi della lobby dei cacciatori”. Citiamo il comunicato del Wwf non perché ci trovi d’accordo, ma perché forse in Italia il problema, quando si parla di gestione della fauna selvatica, è innanzitutto questo: una parte del mondo animalista-ambientalista non riesce a separare le soluzioni dalla tentazione di salvaguardare a tutti i costi i propri pregiudizi, perché prima di qualsiasi soluzione ad un qualsiasi problema c’è il contrasto alla tanto famigerata “lobby dei cacciatori”, che non ne deve trarre nessun “vantaggio”.
I cacciatori, invece, in questo caso come in altri hanno dimostrato responsabilità ed equilibrio. All’indomani dell’incidente, ad esempio, Federcaccia, ha affidato la propria riflessione alla scienza, facendo un’analisi pacata e razionale della situazione. Lo ha fatto attraverso un approfondimento del proprio Centro Studi, a firma dei due tecnici Giorgia Romeo e Valter Trocchi. L’approfondimento proposto è libero da posizioni preconcette, tanto da citare studi che evidenziano come la stessa caccia non sia sufficiente a contenere le popolazioni di cinghiale. Uno studio realizzato da Quirós-Fernández e coll. (2016) nella regione delle Asturie (Spagna) ha ovviamente dimostrato che precludendo la caccia le popolazioni di cinghiale crescono molto di più e che la caccia rappresenta il fattore di maggiore impatto sulla dinamica di popolazione del cinghiale, anche se effettivamente non in misura tale da bilanciare il fenomenale tasso di crescita tipico della specie. E il ruolo del lupo? In generale la predazione da parte del lupo non limita significativamente la dinamica di popolazione di questo ungulato, con buona pace di molti ambientalisti che vorrebbero lasciare tutto ad un’evoluzione naturale. In realtà, questo predatore agisce più da regolatore delle popolazioni, piuttosto che da reale fattore limitante, com’è giusto che sia tra specie co-evolute in natura. Un fattore limitante naturale è costituito, invece, dai rigori invernali in certe annate (soprattutto quando coincidono con annate di penuria di frutti e di semi forestali), ma anche questa è una condizione relativamente rara nell’Europa mediterranea e in più l’effetto del global warming tende, piuttosto, a determinare inverni sempre meno rigidi e con maggiore disponibilità alimentare. La gestione degli animali selvatici - si legge nell’approfondimento Federcaccia - è un processo molto complesso, guidato dalle interazioni tra le dinamiche naturali, il processo decisionale e il comportamento degli stakeholder (cacciatori, agricoltori, opinione pubblica in genere). Il problema è che ognuna di queste componenti è in grado di modulare in modo indipendente le tendenze delle popolazioni di ungulati, il che significa, che nessuna di esse può essere trascurata quando si pianificano le azioni di gestione o di controllo. Spesso nel nostro Paese si tende, invece, a procedere in modo tradizionale, schematico (invece che adattativo) o sull’onda ‘emergenziale’”. L’approfondimento proposto dal Centro studi Federcaccia continua con un’analisi degli scenari futuri e delle possibili soluzioni, sottolineando che “occorre anche una prevenzione tecnicamente efficace, basata sia sul controllo delle presenze degli ungulati nelle aree più a rischio, sia sulla realizzazione di infrastrutture di trasporto tecnicamente sicure ed ecologicamente sostenibili”. Certo le soluzioni ci sono e vengono proposte, dalla corretta realizzazione e manutenzione delle recinzioni alla creazione, in mancanza di “naturali” punti di attraversamento per la fauna, degli attraversamenti artificiali: le infrastrutture viarie (spesso recintate) interrompono infatti le vie di comunicazione per la fauna selvatica, vale a dire i punti in cui più spesso si osservano gli attraversamenti. Tutto questo merita un maggiore approfondimento ed il tema della prevenzione dei danni da fauna sarà sempre di maggiore attualità: “I tempi hanno cambiato inesorabilmente la morfologia del paesaggio italiano e il conseguente assetto faunistico del territorio, - concludono Romeo e Trocchi - occorre che anche la gestione faunistica del Paese e le nostre infrastrutture viarie siano ammodernate, senza ulteriore indugio, per evitare guai peggiori nel prossimo futuro. Rimandare o minimizzare rischia di comportare costi sociali molto pesanti”. Si può solo cambiare, quindi, e il cambiamento inizia anche da un approccio tecnico e da parole diverse. Parole dette da tutti, non solo dai cacciatori.

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