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Editoriale Caccia&Tiro n. 02/2021

Distrazioni planetarie 
o questione di significato?
 

C’erano il riscaldamento globale, l’emergenza inquinamento, 
la deforestazione… 
Ma al primo incontro 
su ambiente e biodiversità recentemente organizzato 
dalla Francia è stato dato rilievo ad un’iniziativa 
in particolare: rendere protetto il 30 per cento della superficie del Pianeta entro il 2030.

 

Nel 2020 la Pandemia di Covid-19 ha fatto passare tutto in secondo piano, a partire dal dibattito su ambiente e cambiamenti climatici. Le emergenze ambientali, tuttavia, influiscono sulla qualità di vita e sulla salute di tutti noi, cacciatori e non. Abitiamo un pianeta che a causa dell’aumento della popolazione e della mancanza di uno stile di vita eco-sostenibile sta diventando sempre più “piccolo” e malato. Durante il 2020 abbiamo perso di vista, in parte comprensibilmente, questo tipo di emergenze, che pure permangono e che nel frattempo si sono aggravate. Per vedere quanta attenzione verrà posta a livello istituzionale alla questione ambientale e del riscaldamento globale dovremo attendere la prossima conferenza sul clima, che non si è svolta lo scorso anno proprio a causa del Covid-19 e che è in programma a Glasgow dall’1 al 12 novembre, organizzata da Italia e Gran Bretagna. Intanto, proprio a gennaio, la Francia ha organizzato il “One Planet Summit for Biodiversity”, con l’obiettivo di riprendere il dibattito sull’ambiente a livello internazionale. Sin qui non possiamo che definire elogiabile l’iniziativa. Il dibattito che si è svolto su questo tema nasconde però anche insidie per il futuro di fauna e territorio, oltre che per il rapporto tra questi ultimi e l’uomo, anche in merito ad attività legate alla fruizione della natura, come la caccia e la pesca, ad esempio. Entrando nello specifico dell’incontro dal “One Planet Summit” è uscita una proposta, approvata da 50 nazioni, che, al punto in cui siamo oggi, può sollevare quantomeno delle perplessità: rendere protetto il 30 per cento della superficie del Pianeta entro il 2030. Non è possibile, al momento, capire quanto possa essere valida questa scelta, perché tutto dipende dal significato che viene dato alla parola “protezione”. Se per protezione si intende salvaguardia in piena armonia con tutte le attività legate alla fruizione del territorio (come caccia, pesca, agricoltura, raccolta…) e seguendo criteri scientifici, quanto deciso durante il Summit rappresenta un vantaggio per la collettività, anche se non risolve i problemi ambientali principali. Se invece, nell’accezione più applicata nel nostro Paese, per area protetta si intende un’area “imbalsamata”, gestita demagogicamente e off-limits per tutti quegli stakeholder che possono anche contribuire alla sua gestione, allora la decisione di proteggere il 30% della superficie mondiale non solo non è vantaggiosa, ma rischia anche di essere dannosa, dal punto di vista ambientale ed economico. A questo si aggiunge il fatto che una delle zone su cui si è concentrata l’attenzione è quella del Mediterraneo, che rappresenta un notevole bacino di biodiversità. Chiaramente tutto ciò rappresenta un’insidia anche per la caccia e tutto dipenderà da come verrà considerata questa attività: se utile alleata nella gestione o nemico numero uno della fauna. Come dicevamo, però, proteggere il 30% del territorio mondiale certo non risolverebbe l’emergenza ambientale e climatica. A tutto ciò si aggiunge il fatto che questo 2020 ci ha dato qualche conoscenza in più su cosa potrebbe contribuire a proteggere il nostro pianeta, ma anche in questo caso si è preferito esasperare alcuni aspetti, ignorandone altri ben più importanti. A livello europeo il passaggio del Covid-19 dal pipistrello all’uomo è stato strumentalizzato, collegandolo al trattamento delle carni di selvaggina, per sfociare nel tentativo - naufragato - di provocare limitazioni all’attività venatoria. Eppure, se colleghiamo la pandemia di Covid-19 all’ambiente, le evidenze sono ben altre, come anche le conclusioni da trarre, e in questo caso ne evidenziamo due. Tutti noi abbiamo visto quanto un rallentamento delle attività antropiche e i lock down messi in atto nei vari Paesi abbiano contribuito a ridurre l’inquinamento ambientale. Osservando la situazione attuale, inoltre, è del tutto evidente quanto le ridotte attività di gestione venatoria del 2020, che hanno subito stop o rallentamenti a causa della Pandemia, abbiano provocato eccessivo aumento nella consistenza della fauna, con conseguenze dannose sull’ambiente e anche sull’economia rurale. Alla luce di queste due evidenze, sarebbe più logico convogliare tutte le nostre energie verso uno stile di vita meno inquinante e nel contempo diventare sempre più efficaci nella gestione della fauna e nella salvaguardia degli habitat, utilizzando al meglio tutte le risorse disponibili. Dire che verrà protetto il 30% della superficie mondiale è di impatto, ma sarebbe più efficace puntare a salvaguardare il 100% del territorio mondiale, modificando gradualmente il nostro stile di vita, perché, come ci hanno dimostrato i vari lock down, questo può davvero fare la differenza. Certo, proporre questo risulta meno accattivante, ma intraprendere una strada del genere sarebbe sicuramente più efficace, anche se risulterebbe più faticoso. L’ambientalismo nostrano ci ha abituato alle facili crociate contro la caccia e alla quasi totale assenza di azioni per risolvere le reali questioni ambientali del nostro Paese: inquinamento, utilizzo di pesticidi altamente dannosi, cementificazione, dissesto idrogeologico… Ecco, non vorremmo che anche a livello internazionale si fosse presa la cattiva abitudine di perdere di vista le questioni cruciali dell’ambiente, distogliendo l’attenzione con iniziative altisonanti ma di dubbia efficacia. Tutto dipende dal significato che viene dato all’espressione “area protetta”, ma anche se fosse interpretata nel più ragionevole dei modi è indubbio che le priorità rimangono le questioni legate alla globalità del nostro pianeta: inquinamento, riscaldamento globale, consumo di suolo… Non rimane che attendere la prossima Conferenza sul clima, per comprendere quanto sarà forte e reale l’impegno su questi temi.

Valeria Bellagamba

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