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Editoriale Caccia&Tiro n. 09/2020

La gestione e i suoi paradossi
 

L’estremismo ambientalista 
trascura le vere emergenze 
e continua a riversare 
le sue energie contro la caccia 
e contro quegli amministratori 
che tentano di gestire la fauna 
in modo scientifico e razionale 
a tutela della collettività.

 

Agosto è sempre un periodo caldo, non solo a livello climatico, ma anche per le polemiche anticaccia che ogni anno infiammano le pagine dei quotidiani, e non solo. Troppe specie ai cacciatori, troppe giornate di caccia… e alle “classiche” contestazioni legate ai calendari venatori si aggiungono, quest’anno, anche i tentativi di strumentalizzare l’emergenza Coronavirus contro la caccia. Nel frattempo chi si proclama fervente ambientalista sembra non vedere le vere emergenze ambientali che attanagliano il nostro Paese, e non solo. Il cambiamento climatico, le temperature al di sopra della media, gli incendi, le più disparate forme di inquinamento. È di questi giorni, ad esempio, la notizia che le microplastiche sarebbero così diffuse nelle nostre acque marine da essere presenti non solo negli stomaci dei pesci più grandi, ma anche nei molluschi, rivelando quindi un livello di inquinamento estremamente capillare. È l’allarme lanciato da uno studio di Greenpeace che, analizzando più di 200 organismi marini presenti nel Tirreno tra pesci e invertebrati, avrebbe individuato la presenza in queste specie di microplastiche, particelle di qualche millimetro destinate col tempo a trasformarsi in nanoplastiche, ancora più sottili e le cui conseguenze sull’ecosistema, e anche sulla salute umana, non sono ancora prevedibili. Una vera e propria emergenza ambientale, l’ennesima, ma sembra più semplice dedicarsi, comodamente dal proprio salotto, alla guerra ai cacciatori, unico vero problema per l’ambiente, secondo lo sguardo offuscato e distorto di chi si dichiara vero difensore della natura. Il frutto della demagogia ambientalista rischia di essere davvero amaro, non è possibile allora aspettarsi risultati lusinghieri, ma solo augurarsi che non capiti il peggio. Ci chiediamo, ad esempio, se sia accettabile che gli amministratori pubblici, chiamati a tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini, vengano ostacolati, nell’esercizio del loro ruolo, da chi non rappresenta altro che sé stesso e le proprie idee. Ci riferiamo alla vicenda del ragazzo di 24 anni aggredito ad Andalo da un orso, un’aggressione improvvisa e avvenuta nei pressi di un campeggio, in una zona abitualmente frequentata da persone. Il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, ha sottolineato come le possibilità di azione dell’Amministrazione siano limitate. È lui a raccontare, ad esempio, di aver firmato in precedenza un’ordinanza di cattura e abbattimento di un’orsa che aveva aggredito due persone e di essersi visto sospendere l’ordinanza dal Tar. È sempre lui ad avvisare che il pericolo non è circoscritto al singolo esemplare, ma ad una serie di esemplari che hanno comportamenti confidenti con l’uomo e che si avvicinano troppo ai centri abitati. Fugatti ha anche espresso dubbi sull’efficacia del Piano d’azione interregionale per la conservazione dell’orso bruno nelle Alpi centro-orientali (Pacobace) - piano che avrebbe dovuto garantire la convivenza tra orso e uomo - sottolineando come alcuni scienziati avevano assicurato che episodi come quelli di Andalo non si sarebbero mai verificati. Di diverso avviso alcune associazioni ambientaliste e animaliste, che si sono dichiarate contrarie alla cattura e al confinamento degli orsi rivelatisi pericolosi e che hanno attaccato l’Amministrazione provinciale, chiedendo che le azioni di prevenzione siano affidate direttamente al ministero dell’Ambiente. Piccole storie che sottendono grandi problemi, che riguardano chiunque si trovi a gestire o frequentare il nostro territorio rurale, dai calendari venatori alla questione orso: governano i presidenti di Regione e Provincia o governa l’associazione ambientalista di turno con i ricorsi al Tar? Il cul de sac in cui si trova la gestione del nostro patrimonio faunistico-ambientale impone di porsi molto seriamente questa domanda, perché governare la natura al di fuori della razionalità e della scientificità significa esporsi a rischi che si potrebbero facilmente evitare. Rischi da evitare per il bene della collettività, ma anche per quello degli orsi, dei lupi, dei cinghiali e di tutte le altre specie, le cui storie rendono sempre più evidente quanto difficile sia la convivenza tra l’uomo e gli animali selvatici. Sarebbe auspicabile che i primi ad utilizzare criteri scientifici e razionali fossero i nostri parlamentari, che fossero loro, in un’ottica bipartisan priva di infingimenti, a proporre normative e linee guida unicamente dettate dall’interesse collettivo e di vera salvaguardia ambientale. Bipartisan è oggi una parola finita nello scaffale più lontano e polveroso della politica, ma che sarebbe di estrema importanza, soprattutto in momenti come questi. Altri Paesi, in tema di ambiente, sembrano riuscire ad arrivare, almeno, ad un quadro legislativo per affrontare i cambiamenti intercorsi in questi anni. Ad esempio nella vicina Svizzera, il prossimo 27 settembre, i cittadini saranno chiamati con un referendum ad esprimersi sulla revisione della legge sulla caccia, che propone la protezione delle specie e dei loro habitat, ma che adatta anche le norme relative alla gestione del lupo, in modo che i Cantoni possano regolare le popolazioni in crescita. E se vogliamo possiamo spingerci oltreoceano, negli Usa, dove l’attività venatoria gode di tutt’altra considerazione e reputazione. Il notevole calo di cacciatori e pescatori - e di conseguenza degli introiti dalla loro attività che vengono destinati a progetti di salvaguardia ambientale - ha addirittura portato ambientalisti e cacciatori a riunirsi, lo scorso dicembre a Washington, dietro due progetti di legge bipartisan volti a favorire l’aumento del numero dei cacciatori e a stabilire nuove fonti di finanziamento per l’ambiente. Incredibile, ma vero. Un altro mondo è possibile.

Valeria Bellagamba

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