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Editoriale Caccia&Tiro n. 10/2021

Non c’è più tempo 
per far finta di agire
 

Una nota Ispra riporta a galla 
un antico vizio nostrano: 
quello di chiedere inutili sacrifici 
ai cittadini quando lo Stato non è capace
di mettere in atto strategie efficaci, 
anche quando si parla di cambiamenti 
climatici e salvaguardia dell’ambiente, 
ma il tempo stringe.

 

Il nostro Pianeta soffre per il riscaldamento globale: incendi, siccità e carenza di precipitazioni minacciano sempre di più l’ambiente e la fauna. Anche in questa estate abbiamo visto bruciare ettari di bosco, alberi preziosi, con la conseguente perdita di habitat e biodiversità. È sulla scorta di questa grande emergenza che l’Ispra, lo scorso 9 settembre, ha inviato a tutte le Regioni una nota su siccità, incendi e tutela della fauna selvatica. Il documento, seppur condivisibile nei sui intenti e motivazioni, ha suscitato anche qualche riflessione critica all’interno del mondo venatorio. A provocare perplessità, in particolare, è la richiesta rivolta alle Regioni di limitare l’addestramento cani e l’esercizio venatorio, essendosi determinata una “condizione di pregiudizio per la conservazione della fauna in ampi settori del territorio nazionale che rischia di indurre effetti negativi nel breve e nel medio periodo sulla dinamica di popolazione di molte specie”. In merito è intervenuto anche l’Ufficio studi e ricerche faunistiche e agro-ambientali Federcaccia, che ha sottolineato come il contesto sia quello del riscaldamento globale, fenomeno attribuito all’emissione in atmosfera dei gas serra e che provoca, tra le altre conseguenze, anche modifiche alle precipitazioni e aumento dei fenomeni meteorologici estremi. Molte sono le cause del riscaldamento globale e la situazione è di estrema complessità, tanto che tutti i Paesi del mondo stanno cercando di cooperare per individuare strategie comuni. “In questo contesto non si dovrebbe trascurare che la caccia svolge un ruolo assolutamente positivo in quanto consente di attingere in modo sostenibile al servizio ecosistemico della produzione naturale delle carni di selvaggina, contribuendo a ridurre in modo significativo il ricorso alle carni di animali allevati. - si legge nel comunicato dell’Uffico Studi - Ciò che sembra quindi stonare nella recente raccomandazione dell’Ispra non sono gli eventi climatici potenzialmente avversi all’ambiente e alla fauna selvatica, né la preoccupazione per gli incendi che purtroppo ancora sfregiano certe aree del Paese. Lo stesso art. 19, c. 1, della Legge n. 157/’92 prevede la possibilità per le Regioni di assumere provvedimenti limitativi dell’attività venatoria a seguito di comprovate situazioni avverse per la fauna selvatica. Ne sono un esempio i protocolli previsti dai Calendari venatori a tutela della Beccaccia durante le ondate di gelo. Ma queste eventuali limitazioni non possono essere applicate in modo generalizzato perché sappiamo bene che in natura a fronte di specie che sono sfavorite da determinate condizioni ecologiche ve ne sono altre che non ne risentono affatto e altre ancora che addirittura se ne avvantaggiano. Ciò che stride nella nota Ispra è proprio questo, ovvero l’assoluta mancanza di casi documentati, di parametri demografici, di indicatori o di altri dati biologici oggettivamente comprovati e valutabili dagli interlocutori di riferimento. Intendiamoci, tutto questo ove fosse necessario a sostegno di quanto auspicato dall’Istituto e a dimostrazione dei danni faunistici paventati sul piano tecnico-scientifico. Ci si chiede quindi come mai tale carenza, anche considerando che è almeno un decennio che si verificano fenomeni simili e che il monitoraggio della fauna selvatica è un compito precipuo dell’Istituto, così come dettato dall’art. 7, c. 3, della Legge n. 157/’92”. A suscitare perplessità anche altre due proposte contenute nella nota Ispra, riguardanti il divieto di caccia da appostamento e il posticipo dell’apertura agli uccelli acquatici. “Sempre con affermazioni generiche - si legge nel comunicato dell’Ufficio Studi - si chiede il divieto di caccia da appostamento, in particolare nel periodo di preapertura, dimenticando che proprio Ispra scrive nei pareri di non esercitare la caccia vagante nel mese di settembre, il che consiste quindi in realtà in una richiesta di divieto totale di caccia. Chissà se Ispra ha considerato che le specie oggetto di caccia in preapertura sono la tortora (laddove consentita) uccello migratore dei climi semi aridi, il colombaccio e i corvidi, specie in aumento in tutta Italia, nonostante la caccia in preapertura, gli incendi e la siccità; anzi i corvidi sono oggetto di attività di controllo in qualsiasi periodo dell’anno. Allo stesso modo la proposta di posticipo al 1° ottobre della caccia agli acquatici, anch’essa avanzata senza alcun dato a supporto, non è condivisibile considerando che si tratta di uccelli migratori, in grado di spostarsi se le condizioni non sono idonee, e dimenticando il contributo fondamentale dei chiari da caccia e delle aziende faunistico venatorie vallive nell’offerta di habitat umido, proprio nel periodo estivo in cui si può verificare la carenza di acqua”. Insomma, siamo alle solite, nel nostro Paese anziché pensare ad una strategia ambientale sul lungo periodo di tutela e salvaguardia della biodiversità si cerca la via più breve, ed anche più inutile, mentre il nostro prezioso patrimonio verde viene sperperato o va in rovina. Chiedere ulteriori sacrifici ai cacciatori è facile - inutile e in alcuni casi addirittura controproducente per la fauna stessa - attuare politiche ambientali serie, investire in ricerca, in una sola espressione “proteggere davvero l’ambiente”, invece, è difficile, ma indispensabile e non è più tempo di fare finta di agire con provvedimenti insignificanti.

Valeria Bellagamba

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