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Editoriale Il Cacciatore italiano n. 2/2022

Il cinghiale in Costituzione

Scrivo questa nota al ritorno dalla Lombardia, dove assieme al presidente regionale Lorenzo Bertacchi ho preso parte a un convegno organizzato dalla Sezione provinciale di Milano, Monza Brianza col suo presidente Luca Agnelli in collaborazione con la Comunale di Abbiategrasso, su un tema sempre più di attualità: “Cinghiale, dalla convivenza all’emergenza sanitaria”. Un argomento “caldo”, che non riguarda solo i cacciatori e non a caso la giornata di lavoro è stata organizzata in collaborazione con l’Ordine dei Dottori agronomi e dei Dottori forestali di Milano e il patrocinio della Sief, la Società Italiana di Ecopatologia della Fauna. È stato un momento di confronto proficuo, con interventi che hanno spaziato a 360° dalla veterinaria, all’agricoltura, passando per la Pubblica amministrazione e la politica nazionale (presente il senatore Francesco Bruzzone) e regionale. Quello che è emerso, ancora una volta, è il ruolo insostituibile della caccia e dei cacciatori, anche come operatori faunistici, nei processi di gestione della specie in generale e nel problema del contenimento ed eradicazione della Psa in particolare. Una caccia che, ovviamente, deve essere esercitata in modo corretto per essere efficace e rivestire quella funzione di utilità sociale che accompagna il suo lato più squisitamente personale e ricreativo. Il mondo venatorio in questi anni ha compiuto un importante processo di crescita sulla strada della consapevolezza del proprio agire, delle conoscenze e del coinvolgimento in molti temi ambientali. La stessa evoluzione purtroppo non pare essere avvenuta nel fornire loro i mezzi normativi e un corretto quadro giuridico per operare in modo proficuo per la società. Eppure, i dati presentati anche in questa ultima occasione hanno dimostrato che con una attività venatoria ben esercitata i risultati gestionali ci sono, con vantaggi per tutti: i cacciatori, gli agricoltori, le Pubbliche amministrazioni e, di conseguenza, i cittadini. L’ostacolo è sempre il solito: una visione ideologica dell’ambiente, della fauna e del territorio che penalizza e spesso impedisce qualsiasi intervento volto alla loro gestione. Anche nel caso della Psa si ha l’impressione che le Istituzioni tardino ad assumere le iniziative necessarie perché il virus va affrontato con abbattimenti nelle zone infette e una drastica riduzione delle popolazioni dove queste risultano in esubero. Veramente c’è chi pensa che il problema si possa risolvere con i cosiddetti “metodi ecologici”? E vogliamo parlare dei cinghiali che continuano a circolare tranquillamente nelle aree urbane? La tutela dell’ambiente e della biodiversità che ha da poco trovato posto in Costituzione non significa questa lettura da animalisti estremisti, ma proprio tutto il contrario. Significa controllo delle popolazioni in sovrannumero, delle specie opportuniste e di quelle aliene. Significa gestione dei predatori, rinaturalizzazioni e recupero degli habitat, rivalutazione delle aree e delle attività rurali, delle coltivazioni tradizionali, degli sfalci in montagna, della pastorizia, manutenzione dei boschi e dei corsi d’acqua. Solo così si può pensare di dare seguito al dettato costituzionale di “tutelare l’ambiente, le biodiversità, gli animali e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”. Per questo ritengo che la tutela ambientale in Costituzione sia per noi cacciatori una opportunità da non lasciarsi sfuggire per tornare ad avere quel ruolo nella società che abbiamo perduto. Il resto sono pie illusioni e buone intenzioni, spesso alimentate da chi manipola la verità per i propri interessi. Ma l’ambiente, come sono solito dire, si pratica, non si predica.

Massimo Buconi